A Roma si dice “Te credi che nun l’ho capito?”. Spesso chi viene da fuori – dall’Italia, potremmo dire – è colpito dalla forza del dialetto capitolino, dalla sua apparente arroganza.
In realtà c’è molto di più, qualcosa che ho mancato di notare fino a poco fa. C’è un immenso errore di forma in una frase del genere!
In italiano dovrebbe essere “Credi che non l’abbia capito?” oppure “Tu credi che io non l’abbia capito?”.
In romano invece viene distrutta la correttezza della frase e viene inserito un verbo nella forma errata (indicativo piuttosto che congiuntivo): “Te credi che nun l’ho capito?”.
Quindi non c’è solo il dialetto a farla da padrone in questo scempio, ma anche una reiterata negligenza linguistica. Voi ora direte “Estigrancazzi!” e mi sento di dire che tutti i torti, nel caso, non li avreste nell’affermare ciò, anche perché invece di scrivere “direte” avrei dovuto scegliere un bel “direste”! Ma è un mondo imperfetto… così come solo un tempo sa essere, indicativo o congiuntivo che sia.
Prima che il delirio mi si porti via, scelgo di andarci io stesso. Ben inteso, “in via vado” (Oriolo Romano) e non “vado via”, che delle due la seconda è pari alla sconfitta e chi ha perso via non va per sua scelta, ma lontano è portato suo malgrado. Via in via quindi, di mia sponte, me ne vado.
Voglio quei dannati funghetti…
F
PS – L’italiano è una lingua veramente speciale.
Ho una domanda: “te credi” sta per “tu credi” o per “ti credi”, come nell’accezione invalsa usata ad esempio nella frase “e io che mi pensavo”?
Poi: a me centrico-nordica suona “l’hoccapito”. Voce del verbo hoccapire? Io hoccapisco, tu hoccapisci, eccetera?
E infine. Pittoresco che tu abbia soprasseduto sul “nun” come se fosse termine di uso comune da Aosta a Gela (e anche un po’ dal Manzanarre al Reno). Per me nun vuol dire suora. Ma, d’altro canto, io ero certa che “carne greve” fosse italiano.
Andiamo per ordine.
“Te credi” sta per “Tu credi”, non ci sono dubbi al riguardo.
In romano si tende all’accorpamento delle parole: siamo quasi tedeschi in questo. Ma mentre nella lingua tedesca le parole (i sostantivi) vengono accostate nella loro forma integrale per fare assumere loro questo o quel significato (“Rhein-Main-Donaugrossschifffahrtswegdampfschifffahrtgesellschaftskapitänsuniformknopf”, fonte wiki), in romano all’accostamento corrisponde una contrazione dei termini, talvolta casuale.
Non mi parlare di crasi per cortesia: non viene elisa solo l’ultima vocale.
“Cionafame” – da “Io ci ho una fame”, già curioso nella sua forma così com’è – è un tipico esempio di crasi alla romana: la “h” non è una vocale nella nostra lingua.
Ci sono regioni in italia in cui la filosofia del risparmio giunge a simpatiche situazioni di eccellenza, così come accade a Penne. In pennese (abruzzo) la frase “Ti prego di stare zitto un attimo” diventa “Zimpò!”, a me perfettamente comprensibile sin dal primo ascolto.
Noi romani accorciamo per dire più cose, mentre al sud lo fanno per pigrizia, ma se a Roma convergono molteplici culture, dovresti intendere la nostra parlata come perfetta risultanza del contributo rappresentativo del nostro intero paese.
… forse.
Se “nun” non vuol dire suora è anche vero che nella sua pronuncia, “nun” può accompagnarsi tranquillamente con altri termini romani, rendendone più semplice la pronuncia.
Ad esempio, in “nunciò, nunciai, nuncià, nunciavemo, nunciavete, nuncianno” (es. “capito n’cazzo”), il “nun” migliora l’espressività, rafforza il significato e facilità chiunque abbia problemi di dizione.
Sempre nell’ottica del risparmio, ieri sera Giulio ha detto qualcosa del tipo “A me mi blablabla” ed io subito ho fatto si che egli fosse rotto il cazzo nella vita, precisandogli che “a me mi” non si dovrebbe usare. Sai cosa ha risposto?
“Tanto quando dico ‘mi’ non si sente!”.
Impara Chiara: è tanto che sei qui a Roma. Se fossi stata all’estero, la lingua indigena sarebbe già nelle tue mani.
Qui hai molto di più da studiare, ma con un pochino di impegno “jeapoi fa”.
ore 1712
io, riferendomi ai nuovi consulenti: “maddò li famo sede?”
piccari: “do li famo DA sede, se dice!”
Morté, (come sto andando?), hai risposto anche alle domande che non ho ancora fatto. Ad ogni buon conto, parlando di crasi, se vuoi un giorno ti dettaglio come si passa da “Dimmi, orsù” a “Cio’” in Romagna (sono anche romagnola d’adozione, sapevilo? Anzi romagnala, che si avvicina di più alla pronuncia corretta che si incontra tra Polenta e Forlimpopoli) oppure ti illustro come “Hai capito o no?” implode in un “Capionò?” e “Lo so anch’io” si mimetizza dietro un “Soncamè”tra Vignola e Altolà, a Modena, stazione di Modena, per CarpiSuzzaraMantova si cambia. E infine, titolare come sono di un Tovefl (variante venexiana del Toefl), ti ragguaglio sul significato dell’intercalare serenissimo “Ghesbo’”.
@flenga: l’assenza di paragrafi fa riflettere sulla presenza di alcool.
Ciò che hai scritto (“se vuoi un giorno ti dettaglio”), nella mia lingua e rispetto ai miei modi, di concretizza come una minaccia. Mi stai minacciando.
Accolgo ogni minaccia mi venga rivolta con un sano, disinteressato fatalismo ed attendo il momento dell’incontro, pronto a combattere o semplicemente a crescere.
Capionò?
@flenga:
ps – sei andata bene, pivella.