Ho sempre pensato che riempire un rapporto di coppia di appellativi sia una cagata mostruosa. A Roma poi questa usanza raggiunge vette intoccabili con il nascere di espressioni come “Amò” e “Tesò”, così come di pronomi basati sull’uso di frutta ed ortaggi. Non ci facciamo mancare di fatto “Patà”, “Cilieggì” ed altre simili amenità.
Non mi spiegavo il perché tale subcultura metropolitana non riuscisse ad attecchire su di me e non mi spiegavo il perché tutto questo atteggiamento “diminutorio” mi fosse così ostile, questo fino a ieri sera.
Ero a San Lorenzo a prendere un boccone dal kebabbaro quando una coppia mi è transitata davanti: lui stile pirata ribelle, lei modello Paris Hilton in rovina. Lui camminava con passo deviso, fottendosene delle chiacchiere della sua amata (sasa, proprio tanto amata) e lei da dietro proferiva sequenzialmente le seguenti due magnifiche frasi:
- “Dai Amò!”
pausa
- “Eddaje Eugè, nun fa ‘o stronzo!”
Io posso sopportare un sacco di cose, ma la contrapposizione tra affetto ed insulti volgari in questa sequenza sintattica è decisamente eccessiva. Non ce l’ho fatta e sono scoppiato a ridere esattamente nel momento in cui Paris mi passava davanti, fortunatamente senza destare in lei qualcosa di più di un sincero disprezzo (decisamente reciproco peraltro).
Ecco il motivo per il quale non bisogna usare appellativi ortofruttali (eheh) e diminutivi degradanti. Se abbiamo un cazzo di nome ci sarà pure un motivo, vi pare? Se poi si vuole scegliere un qualcosa che funga in vece del nome va anche bene, ma che sia un qualcosa di poetico, di eroico, di vissuto o che almeno si rifaccia ad un sogno!
Franga
ben detto pisè!!!