Sere fa ne parlavo con Mauri e Chiara, ma in effetti è tanto tempo che volevo scrivere un articolo sulle dinamiche di questa Chicca. Come posso tramutare continuamente la routine in Chicca? Come posso vedere Chicche ovunque? Vivo la meraviglia per le cazzate: son savio morente o folle senza età?
Quando iniziai a lavorare, dieci anni fa circa, mi portarono in una sede presso la quale – all’interno di un vecchio ascensore anno ’70 – era stata impressa una scritta con un pennarello. Testualmente, la scritta riportava la dicitura “Va bene Va male”, con le parole Bene e Male racchiuse all’interno di un cerchio.

Li per li rimasi quasi indifferente, ma giunto al piano iniziai a pensare a come mi sentissi veramente. Quando una persona mi chiede “Come va”, difficilmente tendo a credere che voglia saperlo veramente. Tipicamente la domanda fa parte di un intercalare che sono abituato a gestire nei termini dei respiri, dei sospiri, delle ambulanze che passano, del Ciclo delle Fasi Lunari, dei clacson che rallegrano la Capitale con il loro tutt’altro che sommesso strombettio e di quella miriade di altri eventi che – se pure talvolta stupefacenti – fanno parte della mia routine ambientale.
Ma quella scritta in un ascensore la presi molto seriamente, esattamente come fosse una domanda a me direttamente rivolta. Anzi, mi spingo oltre e provo ad immaginare che quella scritta fosse stata impressa in quell’ascensore tanti e tanti anni prima con il solo scopo di porre una domanda diretta, a me personalmente. Immagino che migliaia di persone abbiano fatto su e giù su quell’ascensore senza degnare della minima attenzione la strana affissione cosicché potessi essere io e solo io a beneficiare del mistico quesito.
“Ecco, come va? Va Bene? Va Male? Che dici?”, chiede il mio collega, chiede il mio presente. “Come va: Bene o Male?”, chiede il mio passato, interrogandosi sul suo futuro.
E fluttuando come fumo sull’acqua, al cospetto di un cielo infuocato (cit.), ho passato gli ultimi dieci anni a ritrovarmi in quel cubicolo con cadenza quasi regolare. Prendevo l’ascensore per fare un piano e benché ci fossero ben tre ascensori in quell’atrio, senza nemmeno pensarci (e me ne rendo conto solo ora) mi ritrovavo sempre in quello messo li allo scopo di trasportare con sé La mia domanda.
L’anno scorso la sede è stata ripulita in parecchie delle sue parti e durante questo o quello sgrosso dell’impresa di pulizie la scritta è stata accuratamente rimossa. Poco tempo prima ero entrato nell’ascensore ed avevo fatto una foto: che culo, mi viene da dire! Ed è curioso riflettere sul fatto che in modo del tutto inconscio, dopo aver appurato la cancellazione della scritta, non ho più messo piede in quel maledetto trabiccolo!
Mi è rimasta nel cuore. Poche persone nel chiedermi una cosa simile – così personale – mi danno veramente l’impressione di voler sapere come io mi senta ed è per questo che tipicamente rispondo in modo frettoloso o cerco di cambiare argomento. Ultimamente mi son trovato anche al cospetto di una forma colloquiale ben più valida, quella del “Com’è?”. Fino all’estate scorsa rispondevo con un secco “Mah… fai tu!”; oggi ci sono delle ragioni che mi portano spesso a vivere il giro degli eventi fino a giungere alla risposta “Bella” (il ché nulla ha a che fare con le note del dialetto romano), ma il discorso non cambia.
Un “Com’è?” non è invasivo, non affronta le tematiche dell’esistenza e non si ripercuote nel subconscio per la durata di una missione spaziale! Si tratta di rispondere “here and now“, al volo, facendo riferimento a cosa si prova, a ciò che si vede. E’ più semplice, quando si possiede la capacità di esprimersi e ci si fida del proprio interlocutore. Ma quella del “Com’è?” è un’altra storia…
Pensavo di scrivere qualcosa su queste riflessioni, prima che l’immagine di quella scritta mi sfuggisse dalla memoria, ma ora credo che questo sarà tra quei ricordi che riusciranno a farla in barba anche all’Alzheimer. Quando la mia anima sfuggirà dalle putrescenti masse del mio guscio mortale ed inizierà il suo viaggio verso un nuovo piano di esistenza, porterò con me un pennarello e sulla porta di quell’ascensore scriverò la fatidica frase, forse.
Perché forse – forse – semplicemente morirò ed il mio ultimo respiro distruggerà la domanda e porterà alla luce la mia risposta. VA Bene? VA Male? Mo beh? Beh mo? Meda.
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ps – Lo so che il finale è un pochino macabro, ma lo sapete: “Non dovete MAI rompere il cazzo nella vita” (cit. Capitan Harlock).
ps – Re: CERTO CHE NON BISOGNA MAI PRENDERSI TROPPO SUL SERIO, ma vale per tutti!











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